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16 ottobre 2011

Gramsci contro il fanatismo (sempre attuale)

"Tutte le forze reali dello Stato, e specialmente le forze armate, intorno alle quali già si comincia a discutere, dovranno schierarsi definitivamente da una parte o dall'altra, imponendo la soluzione già delineata e concertata.

Quale deve essere l'atteggiamento politico e la tattica del nostro partito nella situazione attuale? 
La situazione è «democratica» perché le grandi masse lavoratrici sono disorganizzate, disperse, polverizzate nel popolo indistinto. 

Qualunque possa essere perciò lo svolgimento immediato della crisi, noi possiamo prevedere solo un miglioramento nella posizione politica della classe operaia, non una sua lotta vittoriosa per il potere. 

Il compito essenziale del nostro partito consiste nella conquista della maggioranza della classe lavoratrice, la fase che attraversiamo non è quella della lotta diretta per il potere, ma una fase preparatoria, di transizione alla lotta per il potere, una fase insomma di agitazione, di propaganda, di organizzazione. 

Ciò naturalmente non esclude che lotte cruente possano verificarsi, e che il nostro partito non debba subito prepararsi e essere pronto ad affrontarle, tutt'altro: ma anche queste lotte devono essere viste nel quadro della fase di transizione, come elementi di propaganda e di agitazione per la conquista della maggioranza.

Se esistono nel nostro partito gruppi e tendenze che vogliano per fanatismo forzare la situazione, occorrerà lottare contro di essi in nome dell'intiero partito, degli interessi vitali e permanenti della rivoluzione proletaria italiana." 

Antonio Gramsci (da la Questione Meridionale)




 



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permalink | inviato da giugioni il 16/10/2011 alle 20:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

18 gennaio 2011

Gramsci e gli operai Fiat

Gramsci: "Uomini in carne ed ossa". Le lotte in Fiat nel 1921


Questo scritto di Gramsci si riferisce agli avvenimenti della primavera 1921, quando a Torino, in seguito all'annunciato licenziamento di più di mille operai, le maestranze Fiat e Michelin entrano in sciopero. Gli industriali rispondono con la serrata degli stabilimenti e l'agitazione si conclude, agli inizi di maggio, con la sconfitta delle organizzazioni sindacali e il licenziamento di più di 3.500 lavoratori

Gli operai della Fiat sono ritornati al lavoro. Tradimento? Rinnegamento delle idealità rivoluzionarie? Gli operai della Fiat sono uomini in carne e ossa. Hanno resistito per un mese. Sapevano di lottare e resistere non solo per sé, non solo per la restante massa operaia torinese, ma per tutta la classe operaia italiana. 

Hanno resistito per un mese. Erano estenuati fisicamente perché da molte settimane e da molti mesi i loro salari erano ridotti e non erano più sufficienti al sostentamento familiare, eppure hanno resistito per un mese. Erano completamente isolati dalla nazione, immersi in un ambiente generale di stanchezza, di indifferenza, di ostilità, eppure hanno resistito per un mese. 

Sapevano di non poter sperare aiuto alcuno dal di fuori: sapevano che ormai alla classe operaia italiana erano stati recisi i tendini, sapevano di essere condannati alla sconfitta, eppure hanno resistito per un mese. Non c'è vergogna nella sconfitta degli operai della Fiat. Non si può domandare a una massa di uomini che è aggredita dalle più dure necessità dell'esistenza, che ha la responsabilità dell'esistenza di una popolazione di 40.000 persone, non si può domandare più di quanto hanno dato questi compagni che sono ritornati al lavoro, tristemente, accoratamente, consapevoli della immediata impossibilità di resistere più oltre o di reagire. 

Specialmente noi comunisti, che viviamo gomito a gomito con gli operai, che ne conosciamo i bisogni, che della situazione abbiamo una concezione realistica, dobbiamo comprendere il perché di questa conclusione della lotta torinese. 

Da troppi anni le masse lottano, da troppi anni esse si esauriscono in azioni di dettaglio, sperperando i loro mezzi e le loro energie. E' stato questo il rimprovero che fin dal maggio 1919 noi dell' "Ordine Nuovo" abbiamo incessantemente mosso alle centrali del movimento operaio e socialista: non abusate troppo della resistenza e della virtù di sacrificio del proletariato; si tratta di uomini comuni, uomini reali, sottoposti alle stesse debolezze di tutti gli uomini comuni che si vedono passare nelle strade, bere nelle taverne, discorrere a crocchi sulle piazze, che hanno frame e freddo, che si commuovono a sentir piangere i loro bambini e lamentarsi acremente le loro donne. 

Il nostro ottimismo rivoluzionario è stato sempre sostanziato da questa visione crudamente pessimistica della realtà umana, con cui inesorabilmente bisogna fare i conti. Già un anno fa noi avevamo previsto quale sbocco fatalmente avrebbe avuto la situazione italiana, se i dirigenti responsabili avessero continuato nella loro tattica di schiamazzo rivoluzionario e di pratica opportunistica. E abbiamo lottato disperatamente per richiamare questi responsabili a una visione più reale, a una pratica più congrua e più adeguata allo svolgersi degli avvenimenti. 

Oggi scontiamo il fio, anche noi, dell'inettitudine e della cecità altrui; oggi anche il proletariato torinese deve sostenere l'urto dell'avversario, rafforzato dalla non resistenza degli altri. Non c'è nessuna vergogna nella resa degli operai della Fiat. Ciò che doveva avvenire è avvenuto implacabilmente. La classe operaia italiana è livellata sotto il rullo compressore della reazione capitalistica. Per quanto tempo? Nulla è perduto se rimane intatta la coscienza e la fede, se i corpi si arrendono ma non gli animi. 

Gli operai della Fiat per anni e anni hanno lottato strenuamente, hanno bagnato del loro sangue le strade, hanno sofferto la fame e il freddo; essi rimangono, per questo loro passato glorioso, all'avanguardia del proletariato italiano, essi rimangono militi fedeli e devoti della rivoluzione. Hanno fatto quanto è dato fare a uomini di carne ed ossa; togliamoci il cappello dinanzi alla loro umiliazione, perché anche in essa è qualcosa di grande che si impone ai sinceri e agli onesti.

Antonio Gramsci 
"L'Ordine Nuovo", 8 maggio 1921


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permalink | inviato da giugioni il 18/1/2011 alle 13:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

25 novembre 2008

Il Vaticano si converte a Gramsci?

Premesso che, come dice anche Beppe Vacca dell'Istituto Gramsci, non troverei niente di scandaloso in una sua conversione, trovo tuttavia un tantino strumentale questa campagna mediatica portata avanti dal Vaticano che, avendo probabilmente intuito la forza e la grandezza del pensiero del comunista-filosofo sardo, cerca adesso di "farlo diventare" un cattolico...
Per fortuna, Gramsci ha messo nero su bianco quel che pensava del Vaticano.
Per questo credo che lui preferirebbe essere ricordato per i suoi scritti e non per la  sua conversione in punto di morte.

Di seguito uno scritto in cui Gramsci descrive in modo ironico i vari flagelli e le stragi avvenute in diversi momenti della storia praticati da gente "cattolicissima" in nome dei vari Papi in diverse epoche...


"Quando mai apparve sulla incruenta terra una macchina di strage, un flagello distruttore di vite e di miliardi, così orripilante come la Rivoluzione soviettista? Cos'è stata la strage degli Albigesi? Un gioco da giardino d'infanzia: e, per carità, non pensate mica che Innocenzo papa sia stato un precursore dell' "intuizionismo", quando predicava di uccidere, di uccidere, poiché tanto il Signor Iddio Misericordioso avrebbe, egli, nel suo onnisapere, sceverato la bianca agnella dalla pecora tignosa; dimostrerete di essere solo un volgare anticlericale, senza rudimento alcuno di teologia e di catechismo. 

Cos'è stata la guerra dei contadini in Germania? Un giocattolo di Norimberga, sebbene si affermi abbia distrutto dodici milioni di vite umane. Cosa sono state le distruzioni di fiamminghi , di Incas, e di marrani commessi dai cattolicissimi re spagnoli? Servizi alla santa religione sono stati, corvées devotissime di vassalli del Signor Nostro Onnipotente Gesù Cristo. Cosa sono i dieci milioni di morti e dieci milioni di invalidi e mutilati, eredità della guerra che Sua Santità Benedetto ha definito "inutile strage", ma che il "Momento" crede utilissima, poiché Sua Santità è Pontefice della Chiesa Cattolica, mentre il "Momento" è solo organo del Partito popolare italiano?"

Da Bilanci Rossi



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permalink | inviato da giugioni il 25/11/2008 alle 20:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

27 ottobre 2007

Stesso editore per L'Unità e Libero?

Povero Antonio Gramsci, si rivolterà nella tomba.

Pare che la famiglia Angelucci, proprietaria della società Tosinvest, che gestisce una rete di cliniche private ed è pure editrice di "Libero", sia in procinto di acquistare il quotidiano degli ex DS.

Colpa dei tempi che cambiano?
Bho.
Certo sarebbe alquanto curioso sapere che Libero ed Unità vengono finanziati dalla stessa persona.
Passano gli anni, arriva la Tv, arriva il Web, ma la carta stampata continua a rimanere sempre uno strumento importante per imprenditori e grosse società.


Se l'Unita diventa come Libero (Aprileonline)

I giornalisti dell'Unità fanno volantinaggio per salvare il giornaleL'Unità



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